Crimini informatici Dark web Deep web

Il diritto nel “Deep Web”

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Il “deep web” è la parte “sommersa” di Internet. In questa porzione “invisibile” del Web – ne rappresenta il 96% – risiedono contenuti informatici non accessibili mediante l’impiego dei comuni motori di ricerca.

I sistemi di ricerca automatizzati di Google, Yahoo, Bing, etc. non riescono/non possono raggiungere i siti presenti nel deep web e pertanto non riescono ad indicizzare le risorse ivi presenti.

Sebbene sia noto a pochi, ognuno di noi visita il deep web molto più spesso di quanto si immagini. Ciò accade, a titolo esemplificativo, con l’accesso al proprio profilo facebook, alla casella di posta elettronica o al conto corrente online. In questi casi l’inaccessibilità da parte dei motori di ricerca deriva dalla presenza di un username e da una password.

Deep Web Vs Dark Web

Come detto, i siti internet che fanno parte del deep web non sono inseriti nei database dei motori di ricerca più diffusi. Diverse le motivazioni di questa mancata catalogazione, si pensi ai siti di recente costituzione e non ancora indicizzati, alle pagine web a contenuto dinamico, alle conversazioni che si svolgono su forum chiusi o alle chat private di messaggistica.

Pertanto tutti i contenuti informatici che non compaiono nei risultati delle ricerche effettuate attraverso questi ultimi, si collocano inevitabilmente nel “deep web”.

Il deep web, a dispetto di ciò che si pensi, è uno strumento gratuito che ha molto da offrire; la scriminante risiede nell’utilizzo che se ne fa.

Basti pensare a WikiLeaks, questa piattaforma consente agli internauti di accedere gratuitamente a documenti “segreti”, offerti da attivisti che desiderano rendere pubblico del materiale spesso soggetto a censura nel loro paese di provenienza.

Il deep web fornisce contributi di varia natura, che consentono lo sviluppo e la diffusione di idee in assenza di controllo prevalentemente politico.

Non sorprende infatti che persino le Organizzazioni non governative impieghino il web sommerso per divulgare informazioni relative ai paesi più pericolosi del mondo.

Dopo questa breve premessa, occorre concentrarsi ora sugli aspetti negativi che questo universo cela. L’analisi di questo fenomeno, infatti, si rende più complesso quando si parla di “dark web”.

Il “web oscuro” è una piccola porzione del deep web non accessibile utilizzando una connessione internet normale ma solo utilizzando particolari software ed accessi autorizzati. Questi software permettono di rendere anonimo l’utente e la connessione che utilizza per navigare.

Lo strumento più diffuso è un software scaricabile da Internet, il c.d. “TOR” software (acronimo per “The Onion Router). Questo  programma, nato nel 1995 per opera della Marina Militare degli Stati Uniti, consente di occultare l’indirizzo IP del computer utilizzato, rendendo così anonima l’identità e la localizzazione dell’utente. In buona sostanza i dati relativi ad una determinata connessione internet non passano direttamente al server di riferimento finale, ma attraversano i server TOR che si comportano come router realizzando una sorta di percorso virtuale crittografato e a strati.

Profili giuridici

Le problematiche giuridiche che gravitano attorno al deep web sono diverse.

È bene precisare, sin d’ora, che accedere al “web sommerso” (dark web incluso) non integra nessuna fattispecie di reato. Assume rilievo giuridico la condotta dell’utente, naturalmente se in violazione della legge.

La prassi ci insegna che l’accesso alla parte oscura del web sommerso è il più delle volte riconducibile ad attività illecite di varia natura. In questa sede, d’altronde, l’illegalità regna sovrana grazie all’anonimato e all’assenza totale di regole.

Le condotte antigiuridiche che si rinvengono vanno dal cracking, alla pedopornografia, alla possibilità di assoldare sicari, di organizzare stragi, omicidi, rivolte, complotti anche di tipo terroristico, alla vendita di armi, di documenti falsi, di banconote false, allo spaccio di sostanze stupefacenti. In questi ultimi casi si parla di “black markets”, nei quali è possibile acquistare ed eseguire transazioni in modo anonimo e senza poter essere rintracciati.

L’impossibilità di essere rintracciati deriva dall’utilizzo del Bitcoin, la moneta digitale, che alimenta un giro d’affari enorme e che attira sempre più vittime e seguaci.

Contrastare queste pratiche illegali non è facile attesa l’impossibilità di identificarne gli autori. Le lacune giuridiche in materia permettono alla delinquenza di crescere esponenzialmente. Generalmente per combattere questo sistema si adoperano gli stessi mezzi utilizzati dai trasgressori e pertanto si agisce sotto copertura, nell’anonimato.

In pratica gli agenti si infiltrano nelle organizzazioni criminali che operano nella piattaforma con l’intento di sgominarle per debellare il problema dall’interno.

Nonostante l’efficacia di queste operazioni, questo fenomeno informatico è dilagante e le fattispecie di reato che si realizzano quotidianamente sono innumerevoli e raramente vengono punite.

La funzione del dark web è proprio quello di aggirare la legge. Questa minaccia continua richiede un monitoraggio costante ed un intervento incisivo da parte delle autorità e delle forze dell’ordine preposte alla prevenzione ed al contrasto della criminalità, che  dovrebbero essere dotate a tal proposito di adeguati mezzi e strumenti tecnologici avanzati in grado di risalire in modo certo all’identità ed alla posizione dei soggetti coinvolti nelle attività illecite svolte, in modo anonimo, nel “deep web”.

Per osteggiare e contenere il fenomeno dei crimini informatici occorre infine una regolamentazione ad hoc, specificatamente dedicata alla repressione di questa tipologia di reati, che vada a colmare quel vuoto normativo attualmente esistente in materia.

VP

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