Obsolescenza programmata

Obsolescenza programmata: Maxi sanzioni per Apple e Samsung

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L’obsolescenza programmata (o pianificata) è una strategia volta a definire il ciclo vitale di un prodotto, in modo da limitarne la durata a un periodo prefissato.

E’ una logica diffusa nella prima fase dell’industrialismo moderno, l’epoca della produzione di massa, tra l’ ‘800 e il ‘900. In questo periodo storico hanno cominciato a diffondersi oggetti divenuti poi di uso comune come le lampadine, le cerniere lampo, i rasoi, i frigoriferi, etc. La qualità del prodotto assumeva un ruolo chiave per il suo acquisto.

Successivamente, già negli anni ‘20 del secolo scorso, le aziende si resero conto che il principale ostacolo alla crescita del fatturato era il fatto che le persone possedessero già un prodotto e che questo fosse durevole nel tempo.

La soluzione venne nel 1924 quando i produttori di lampadine idearono il Cartello Phoebus che standardizzo la “vita” delle stesse, riducendone notevolmente la durata, evidentemente nell’interesse delle industrie e di certo non del consumatore.

Negli ultimi trenta anni con molti prodotti (quali auto, lavatrici, computer, cellulari etc.) si è arrivati alla saturazione di mercato. Si è quindi riproposto il problema della obsolescenza e ad oggi ha preso piede il mercato della sostituzione.

L’obiettivo è fare in modo che gli oggetti si rompano. L’informatica ha contribuito in maniera incisiva in tal senso, perché la progettazione computerizzata incide sulla durata dei prodotti, regolandone il loro destino.

Il caso Apple e Samsung

L’obsolescenza programmata è divenuta nota con le ultime vicende che hanno visto coinvolti i due colossi della tecnologia Apple e Samsung.

In buona sostanza, queste aziende hanno imposto ai consumatori di scaricare aggiornamenti software che hanno reso meno efficienti o mal funzionanti i propri smartphone.

Per queste pratiche commerciali, ritenute scorrette, il 23 ottobre 2018 il Garante italiano dei consumatori, ha comminato una multa di 10 milioni alla Apple e di 5 milioni alla Samsung.

L’AGCM ha infatti rilevato una violazione del Codice del Consumo, in particolare degli artt. 20, 21, 22 e 24 “in relazione al rilascio di alcuni aggiornamenti del firmware dei cellulari che hanno provocato gravi disfunzioni e ridotto in modo significativo le prestazioni, in tal modo accelerando il processo di sostituzione degli stessi”.

Secondo l’Antitrust, Apple e Samsung avrebbero indotto i consumatori ad installare aggiornamenti sui propri dispositivi – incapaci di supportarli adeguatamente – con inevitabili ripercussioni sulle funzionalità di questi ultimi.

Samsung, da maggio 2016, avrebbe richiesto con insistenza ai clienti in possesso di un Note 4 l’installazione di “Marshmallow”, un nuovo firmware di Android predisposto per un altro modello di telefono molto più recente. Ciò che ha destato maggiore sdegno è stata la mancanza di informazioni relativa ai gravi malfunzionamenti che questa procedura avrebbe procurato, l’assenza di istruzioni per l’eventuale ripristino della versione precedente nonché gli elevati costi di riparazione correlati, atteso che per tali guasti non veniva riconosciuta alcuna garanzia.

La concorrente Apple, avrebbe tenuto una condotta altrettanto scorretta da settembre 2016, avendo anch’essa proposto ai consumatori in possesso di iPhone 6 l’installazione di un nuovo sistema operativo iOS realizzato per un modello successivo. Anche in questo caso nessuna informazione è stata fornita in punto alle conseguenze di tale operazione.

L’azienda americana però, resasi conto delle problematiche, nel febbraio 2017, rilascia un nuovo aggiornamento (iOS 10.2.1) al fine di risolvere i malfunzionamenti che quello precedente aveva prodotto, ma anche in questa occasione i guasti non sono mancati. Per l’ennesima volta Apple non informa i propri clienti e per di più non predispone alcuna misura di assistenza, non prevedendo alcuna garanzia legale per le problematiche riportate dagli smartphone danneggiati.

La sanzione nei confronti di Apple è stata più severa, poiché secondo il Garante non ha fornito ai consumatori adeguate informazioni riguardo ad alcune caratteristiche essenziali delle batterie al litio e riguardo alle corrette procedure per mantenere e/o sostituire le batterie al fine di conservare la piena funzionalità dei dispositivi. E’ rilevante sottolineare che la società statunitense solo nel dicembre 2017 aveva offerto la possibilità ai propri clienti di sostituire le batterie ad un prezzo inferiore.

La decisione dell’Antitrust è la prima al mondo che punisce l’obsolescenza programmata.

Attualmente i Governi nazionali dell’UE stanno affrontando questo fenomeno inasprendo le sanzioni per tutte le aziende che lo praticano e definendo per legge i requisiti minimi di durata dei prodotti (in particolare quelli tecnologici).

Il rovescio della medaglia è che tutto questo possa comportare un brusco arresto per il progresso tecnologico; i grandi produttori a tal proposito prima di proporre aggiornamenti saranno tenuti a distinguere tra quelli indispensabili per la sicurezza da quelli che servono solo ad aggiungere funzioni od ottimizzare le prestazioni.

E’ sempre più sentita l’esigenza di creare un mercato sostenibile, in funzione prima di tutto della tutela dell’ambiente. E’ evidente infatti come questa pratica abbia un forte impatto ambientale, peraltro intollerabile per il nostro pianeta, in termini di rifiuti che si accumulano nelle discariche ed in termini di risorse utilizzate/sprecate.

L’obsolescenza è considerata il principale motore del consumismo ed è alla base dell’economia della crescita, che si fonda sul principio di limitare la vita di un oggetto per creare nuovi bisogni.

Come affermato da un noto professore e scrittore Serge Latouche, esperto della materia, la ricetta per uscire dal circolo vizioso dell’usa e getta è fatta di tre ingredienti: durevolezza dei prodotti, riparabilità e riciclo.

VP

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