Risponde del reato di diffamazione il blogger che non rimuove un commento offensivo di un utente

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Si configura la responsabilità in capo al blogger per gli scritti di carattere denigratorio pubblicati sul suo sito da terzi quando, venutone a conoscenza, non provveda tempestivamente alla loro rimozione, atteso che tale condotta equivale alla consapevole condivisione del contenuto lesivo dell’altrui reputazione e consente l’ulteriore diffusione dei commenti diffamatoria. (Cass. Pen., sez. V, sent. n. 45680/2022)

La vicenda

Un blogger siciliano acconsentiva alla pubblicazione nel suo blog di un commento da parte di un visitatore e, nonostante il contenuto discutibile dello stesso, non provvedeva alla sua rimozione.

Per tale condotta il blogger veniva condannato per diffamazione in concorso con l’autore del commento.

In tale commento, infatti, l’utente accusava la società X ed i suoi collaboratori di essere vicini alla mafia.

Avverso tale decisione, confermata in secondo grado, l’imputato ricorreva per Cassazione.

Il Ricorso per Cassazione

In primo luogo, il ricorrente lamentava che la sentenza avrebbe forzato la norma incriminatrice di cui all’art. 595, comma 3, c.p. qualificando il blog come un mezzo di informazione e mezzo di pubblicità.

Al riguardo veniva invocato persino l’art. 606, comma 1, lett a), c.p.p., il quale legittima il ricorso per Cassazione laddove il Giudice si sia sostituito al legislatore, come nel caso di specie, parificando il blogger al direttore di un mezzo di stampa o ad un giornalista. 

La difesa contestava poi la configurabilità della responsabilità del blogger ogniqualvolta questi, appresa l’antigiuridicità di un contenuto in uno spazio da lui amministrato, non ne disponga la rimozione ovvero non informi l’autorità competente ad oscurarlo. 

La figura del “blogger”, secondo il ricorrente, non possiede titolo per ritenere antigiuridico un determinato contenuto, per tale ragione non può disporre in autonomia l’oscuramento, né può attivarsi per informare l’autorità competente ad oscurarlo.

Il titolare del blog eccepiva, inoltre, il mancato riconoscimento della scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca ex art. 51 c.p.

L’articolo pubblicato anonimamente aveva un contenuto generico e, secondo le dichiarazioni dell’imputato nel corso del giudizio, si riferiva al sequestro di un depuratore, già all’attenzione della cronaca locale

A tal proposito, l’imputato avrebbe anche aggiunto un commento volto a spronare il Sindaco ad iniziative contro la mafia. 

Infine, la difesa invocava il principio della libertà di opinione, di cui all’art 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, e la  giurisprudenza di legittimità, secondo la quale l’individuazione della persona offesa deve essere desunta dalla prospettazione oggettiva dell’offesa, con la conseguenza che si nega il reato laddove vi sia l’impossibilità di individuarla. 

In ogni caso, ribadiva il ricorrente, non essendo il blog una testata giornalistica non potevano sussistere obblighi di verifica nei confronti del titolare riguardo ai contenuti pubblicati anche perché in rete sarebbe vigente il diritto all’anonimato

La decisione della Corte di Cassazione

Con la sentenza n. 45680/2022, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione rigetta integralmente il ricorso perché infondato. Esaminiamo l’iter compiuto dalla Suprema Corte.

#1. Inquadramento giuridico del Blog

In prima battuta, la Suprema Corte precisa che la Corte di appello ha correttamente inquadrato la figura dell’amministratore del blog.

Il blogger è infatti un ”soggetto che gestisce un mezzo che consente a terzi di interagire in esso tramite la pubblicazione anche in forma anonima di contenuti, commenti, considerazioni o giudizi e che il blog, pur essendo strumento di informazione non professionale, è idoneo a divulgare quegli stessi contenuti tra un vasto pubblico di utenti, che hanno, per le stesse caratteristiche del mezzo, la possibilità di accedervi liberamente.

Tale inquadramento giuridico, oltre a corrispondere ad un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, consente di sussumere la condotta contestata sotto la previsione di diffamazione “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” di cui all’art. 595 c.p. 

Infatti, in diverse occasioni gli ermellini hanno ritenuto di estendere le ragioni incriminatrici della diffamazione ai contenuti racchiusi in blog o altri strumenti di pubblicità via internet, essendo individuabile la ratio decidendi nella maggior pericolosità e diffusività della condotta in simili ipotesi.

Tuttavia, per completezza, la Corte precisa che i suindicati strumenti non godono delle garanzie riservate alla stampa, trattandosi di forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list e social network – come già chiarito dalle Sezioni Unite nel 2015 con la sentenza n. 31022 – che ha esteso le guarentigie proprie riconosciute alla stampa solo alle testate giornalistiche telematiche

Leggi anche: Diffamazione aggravata per messaggi offensivi nel blog (Cass. pen., sez. V, sentenza n° 2929 del 22/01/2019)

#2. La responsabilità del “Blogger”

La Cassazione aderisce alla pronuncia del Giudice di merito in punto alla responsabilità penale del ricorrente e si sofferma sulla forma della ritenuta responsabilità dello stesso quale gestore del blog.

In linea generale, sulla responsabilità per le pubblicazioni diffamatorie di soggetti diversi dagli autori dei post o commenti, l’amministratore di un sito internet è stato ritenuto non responsabile ai sensi dell’art. 57 c.p., proprio perché tale norma è applicabile, secondo la già citata pronunzia delle Sezioni Unite, alle sole testate giornalistiche telematiche e non anche ai diversi mezzi informatici di manifestazione del pensiero. 

A tal fine viene richiamata un’altra sentenza della medesima sezione della Suprema Corte resa, peraltro, nei confronti del medesimo imputato.

Tale pronuncia offre una ulteriore specificazione:  “Il mero ruolo di amministratore di un forum di discussione non determina il concorso nel reato conseguente ai messaggi ad altri materialmente riferibili, in assenza di elementi che denotino la compartecipazione dell’amministrazione all’attività diffamatoria.” 

Come chiarito in alcune pronunce della CEDU, si esclude una automatica responsabilità dell’amministratore di un sito per qualsiasi commento scritto da un utente, sempre che, una volta venuto a conoscenza del contenuto diffamatorio del commento, si sia immediatamente ed efficacemente adoperato per rimuoverlo.

Con argomentazione a contrario, ne consegue logicamente che il blogger o gestore di sito, può rispondere dei contenuti offensivi pubblicati sul suo mezzo/spazio informatico quando, “presa cognizione della lesività dei contenuti, li mantenga consapevolmente.”

In buona sostanza, si è chiarito che, “in assenza di un titolo specifico di imputazione di responsabilità, non potendo applicarsi ai gestori di siti internet, blog et similia una responsabilità ex art 57 c.p., non essendo equiparabili tali figure ai direttori responsabili dei giornali, l’ascrivibilità del fatto deve essere ricostruita in base alle comuni regole del concorso nel reato, oltre che per attribuzione diretta, qualora l’autore dello scritto denigratorio pubblicato sul blog sia il medesimo gestore.” 

#3. L’amministratore di blog non riveste una posizione di garanzia

Occorre rilevare che la Corte territoriale – in linea con la sentenza citata dagli ermellini – ha correttamente escluso in capo all’amministratore di blog la posizione di garanzia e il conseguente obbligo di impedire l’evento ex art 40, cpv, c.p., non essendo investito il blogger di “poteri giuridici impeditivi di eventi offensivi di beni altrui” in assenza di fonti normative che li conferiscano.

Ciò chiarito, la possibile attribuibilità della diffamazione a titolo di concorso viene individuata nella consapevole condivisione del contenuto lesivo dell’altrui reputazione, con ulteriore replica della offensività realizzata tramite il mantenimento consapevole sul bolg dello scritto diffamante. 

In altre parole, si è ritenuto che la mancata tempestiva attivazione del gestore del blog nella rimozione di proposizioni denigratorie costituisca adesione volontaria ad esse, con l’effetto, a questo punto voluto, di consentirne l’ulteriore divulgazione

I Giudici di merito hanno, infatti, ricostruito la responsabilità dell’imputato non in termini di omessa vigilanza e/o controllo ma a titolo concorsuale secondo i principi generali, in quanto, avendo pacificamente conosciuto il contenuto antigiuridico del messaggio pubblicato, il ricorrente non aveva provveduto alla sua rimozione, né aveva informato l’autorità competente all’oscuramento.

Oltretutto, nella fattispecie concreta la Corte di appello nell’affermare la responsabilità del ricorrente ha fatto riferimento anche alla presenza di un suo commento al messaggio del terzo, interpretato come adesivo ad esso e, per altro verso, dimostrativo del già ritenuto concorso per la mancata rimozione della nota offensiva. 

#4. L’esercizio del diritto di cronaca del Blogger

Sul diritto di cronaca la Corte territoriale aveva giudicato le frasi significative di accostamento alla mafia esorbitanti dai limiti del legittimo esercizio del diritto di cronaca, poiché implicitamente con esse erano definite mafiose le persone offese e la società da esse costituita.

La Suprema Corte, oltre a contestare la genericità delle argomentazioni offerte dal ricorrente, evidenzia che secondo la giurisprudenza di legittimità, “l’esimente del diritto di critica postula una forma espositiva corretta, strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita ed immotivata aggressione dell’altrui reputazione.”

Invero, la parola “mafioso” assume carattere offensivo ed infamante e, laddove comunicata a più persone per definire il comportamento di taluno – in assenza di qualsiasi elemento che ne suffraghi la veridicità – integra il delitto di diffamazione, sostanziandosi nella mera aggressione verbale del soggetto criticato. 

#5. L’espressa individuazione delle persone offese

Infine, non assume alcuna importanza la mancata individuazione delle persone offese, essendo necessario che “il soggetto al quale le espressioni denigratorie sono rivolte sia individuabile da qualunque terzo in base alla prospettazione oggettiva desumibile dall’offesa stessa e dal contesto in cui è inserita.” 

La giurisprudenza è concorde nel ritenere che nel delitto di diffamazione la persona offesa si considera individuata, anche in assenza di indicazioni nominative, nel caso in cui questa sia ugualmente individuabile ed individuata per l’attività, o per altri riferimenti inequivoci a fatti e circostanze di notoria conoscenza, attribuibili ad un determinato soggetto, oppure evincibili dalla concrete circostanze, e sia pure da parte di un numero limitato di persone.

Leggi anche: Diffamazione aggravata a mezzo Facebook anche se la persona offesa non è menzionata

Conclusione

In conclusione, alla luce della sentenza esaminata, il blogger è responsabile per gli scritti di carattere denigratorio pubblicati sul proprio sito da terzi quando, venutone a conoscenza, non provveda tempestivamente alla loro rimozione.

Tale condotta equivale infatti alla consapevole condivisione del contenuto lesivo dell’altrui reputazione e consente l’ulteriore diffusione dei commenti diffamatoria.

In altri termini, non oscurare un commento offensivo si traduce in una adesione integrale al suo contenuto configurando così il reato di diffamazione in concorso con l’autore del commento stesso.

VP

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