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Sharenting: la sovraesposizione online dei minori da parte dei genitori

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La condivisione compulsiva delle immagini di minori è diventata un vero e proprio fenomeno che ha preso il nome di “sharenting”. Dietro la spensieratezza della pubblicazione dello scatto di un momento si celano diverse insidie. Scopriamo quali.

Caro genitore…parlo proprio a te. I bimbi sono creature angeliche, nulla da obiettare ma è così necessario tempestare il tuo profilo social con foto del tuo pargolo?

Ciascuno è libero di mostrare i propri figli come ritiene opportuno, ma conosci le conseguenze che le tue azioni potrebbero avere?

Ogni giorno assistiamo a migliaia di genitori che esibiscono con un certo orgoglio i propri figli sulle piattaforme social, mettendoli in vetrina talvolta come trofei, noncuranti di quanto possa rivelarsi pericolosa questa sovraesposizione.

L’utilizzo quotidiano dei social media fa perdere di vista le priorità e delle azioni apparentemente innocue, come pubblicare una foto, possano avere delle ripercussioni sulle nostre vite e su quelle dei nostri cari.

La condivisione compulsiva delle immagini di minori è diventata un vero e proprio fenomeno che ha preso il nome di “sharenting”.

Cos’è lo sharenting?

Per sharenting si intende la divulgazione ossessiva (cd. oversharenting) sui social media di scatti di bambini da parte dei propri genitori. Questo neologismo è infatti frutto di una crasi tra “sharing” (condividere) e “parenting” (genitorialità).

E’ una pratica che si realizza spesso su Facebook ed Instagram, piazze virtuali che si prestano bene a questo tipo di condotta, ma avviene sempre più spesso anche nei gruppi di WhatsApp.

Il desiderio viscerale di documentare ogni smorfia del proprio bebè, la spasmodica necessità di fare vedere al mondo quanto è bello e bravo tuo figlio potrebbe esporlo a dei rischi, che non sono da sottovalutare.

Quali insidie nasconde tanta leggerezza? Quali ripercussioni potrebbero scaturire? E se tuo figlio non fosse d’accordo? Se questa pubblicazione maniacale lo mettesse a disagio perchè non ama stare al centro dell’attenzione come la sua mamma o il suo papà?

Un minore comincia ad acquisire coscienza della propria identità digitale nella fase pre-adolescenziale. Ti sei mai interrogati se è corretto imporre ad un bambino di stare sui social non avendo ancora la possibilità di autodeterminarsi?

Le questioni giuridiche legate allo sharenting

Questa pratica, per molti innocente, trascina con sé una serie di problematiche legali legate alla protezione del minore e dei suoi diritti.

La prima questione che salta immediatamente all’occhio riguarda la riservatezza. Sorge infatti un problema di privacy, di cui oggigiorno si sente parlare spesso, ma che a conti fatti in pochi ne comprendono le reali implicazioni.

Un bambino ha diritto alla privacy? Secondo il Codice Privacy anche il minorenne, ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano e il loro trattamento deve svolgersi nel rispetto dei diritti, delle libertà personali e della dignità, con particolare riferimento alla riservatezza e all’identità personale.

Come sottolineato dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza approvata dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata in Italia dalla legge n. 176/1991: “l’interesse del fanciullo deve essere una considerazione preminente”.

Pertanto anche l’intimità del minorenne deve essere salvaguardata, ed il genitore dovrebbe essere il primo ad averla a cuore.

E’ bene precisare che le fotografie digitali contengono anche una serie di metadati che consentono di risalire ad importanti informazioni tra le quali il giorno e l’ora dello scatto, le coordinate GPS di longitudine e latitudine, grazie alle quali è possibile collocare il soggetto rappresentato in un preciso arco spazio/temporale.

Da questo emerge un secondo ordine di problemi legato alla sicurezza. Si registra infatti un sensibile aumento di casi di furto d’identità ed il paradosso è che le informazioni clonate sono quelle fornite attivamente (con una sconcertante superficialità) dallo stesso utente genitore.

Tutto ciò che immetti nei social può diventare di pubblico dominio. Difatti quello che caratterizza la rete è la capacità di rendere virale un contenuto. Quando si condivide una immagine si deve essere consapevoli del fatto che una volta immessa online rischiamo di perdere il controllo su di essa, potendo finire nelle mani sbagliate.

Si pensi alle reti di pedofili che circolano online che si celano su vere e proprie piattaforme impiegate come luogo di scambio di materiale pedopornografico, nella maggior parte delle ipotesi sottratte ad ignari (ed ingenui) genitori.

Non solo. Anche solo impostando la immagine del tuo bambino come profilo per es. su WhatsApp, chiunque sarà in possesso del tuo numero potrà salvarla ed usarla come crede.

La pronta reperibilità delle informazioni agevola anche i criminali improvvisati e meno esperti, i quali potranno facilmente ricostruire i tuoi spostamenti, individuando i luoghi maggiormente frequentati  dai tuoi figli come casa, scuola, oratorio, centri sportivi, etc., e di conseguenza anche le abitudini e gli hobbies. Tutto ciò potrebbe esporre il minore anche ad un pericolo concreto offline.

Gli esempi offrono sempre contezza della gravità della condotta. Tuo figlio di 5 anni sta giocando da solo al parchetto, circondato da tanti altri bambini. Una persona apparentemente insospettabile gli si avvicina, approfittando della vostra distrazione (es. state guardando il telefono, state rileggendo una relazione da consegnare a lavoro, state parlando con la mamma dell’amichetto di vostro figlio, e altri mille ipotesi facilmente verificabili – e non perché sei un cattivo genitore naturalmente -).

Il pedofilo attirerà l’attenzione del piccolo instaurando un clima di fiducia, menzionandogli nomi di familiari, parlandogli del suo gioco preferito, o altre indicazioni che ha carpito dai social.

L’evoluzione della vicenda preferiamo ometterla anche perché questo è solo un esempio, ma se accadesse nella realtà? A ciascun genitore le proprie riflessioni.

Infine, pare doveroso riflettere sulla circostanza che il tuo bebè crescerà e potrà (facilmente) imbattersi in un vero e proprio reportage fotografico della sua intera infanzia/adolescenza, senza peraltro esserne a conoscenza.

Per questo potrebbe essere vittima di cyberbullismo, o ancora potrebbe essere scartato per una selezione per un profilo lavorativo.

La condivisione di fotografie crea un archivio digitale pubblico con il quale il diretto interessato dovrà fare i conti quando sarà più grande. La sua immagine sarà inesorabilmente legata a quella che i suoi genitori hanno promosso per lui, senza il suo preventivo parere, con la quale non è detto che si senta identificato.

D’altronde non è così inusuale l’ipotesi in cui il figlio citi in giudizio i propri genitori per la tutela dei propri diritti.

In ultimo, parlando di contenziosi, vale la pena sottolineare come nelle cause di divorzio le foto pubblicate da uno dei due genitori possano essere prodotte per sottolineare l’inaffidabilità dell’ex o chiedere l’affidamento esclusivo del bambino.

Dopo aver esaminato alcune delle più nefaste ipotesi configurabili, la domanda sorge spontanea: vale la pena sottoporre tuo figlio (e te stesso) ad eventualità di questa portata?

Verso una condivisione consapevole

Nessuna ramanzina o allarmismo fine a se stesso. Di fatto la libertà di espressione è sacra, ma certamente conoscere le questioni che possono presentarsi e poter fare una valutazione preventiva sui pro e sui contro può risultare utile per orientarsi verso un uso più consapevole dei social network.

Molti bimbi fanno il loro debutto sui social con delle inquietanti emoji impiegate per nascondere il loro volto, come alternativa all’oscuramento realizzato sfocando o pixellando l’immagine.

Una soluzione che tutto sommato potrebbe anche funzionare, ma ciò non risolve il problema. Ricorriamo anche qui ad un esempio per rendere l’idea: posti una foto di tua figlia di 4 anni in costume al mare che gioca con i suoi amichetti nell’acqua.

Siccome ti consideri un genitore premuroso ed attento prima di pubblicarla nascondi i volti dei minori ritratti nello scatto con delle simpaticissime faccine. 

La premura non è mai troppa: non menzioni alcun nome, non aggiungi tag nella foto e non indichi il luogo in cui è stata scattata.

Fino a qui tutto bene, se non fosse che:

1) tua figlia è in costume (ed anche i suoi compagni di gioco);

2) salvare una foto ed alterarla, apportando delle modifiche (ad es. sostituendo il volto con uno reale di altro bambino) è un gioco da ragazzi;

3) la fotografia fornirà comunque delle informazioni.

A questo punto se devi pubblicare una foto del genere tanto vale non pubblicarla. Condividere è bello, nella vita reale e non, ma farlo con cognizione di causa ancora di più.

L’incognita si presenta sempre laddove chi riceve (o chi visualizza) quella fotografia potrà a sua volta trasmetterla a terzi, pubblicarla su altre piattaforme virtuali, venderla a siti di fotografia o addirittura a comunità online non mosse dalle migliori intenzioni.

Impara a filtrare e selezionare le informazioni che immetti in rete e riflettere sulle azioni che compi, soprattutto sui social. Verifica le impostazioni sulla privacy e condividi con buon senso e con persone fidate.

Le parole d’ordine nell’epoca odierna sono: responsabilità e consapevolezza.

Abbiamo esaminato le questioni giuridiche tralasciando volontariamente quelle che riguardano la sfera psicologica e lo sviluppo personale del minore, perché sfora le nostre competenze. Tuttavia occorre che i genitori vengano sensibilizzati sulla materia, per prevenire ed individuare i pericoli del web e comprendere quando se ne fa un uso disfunzionale e deleterio.

In ogni caso, la sicurezza dei bambini prima di tutto!

VP

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